In_collaborazione_con_Pwc2

PDF  | Stampa |

 

 

Giurisprudenza Lab 231

13 giugno 2014 (c.c. 12 marzo 2014) n. 25201 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione II Penale

La sentenza in questione, relativa alle procedure concorsuali e agli effetti che ne derivano con riguardo ai giudizi per la responsabilità amministrativa degli enti, ha disposto che una dichiarazione di fallimento successiva all’ammissione ad una procedura concorsuale non determina l’estinzione dell’illecito o delle sanzioni disposte a seguito del suo accertamento. Pertanto, la sentenza di fallimento “non è equiparabile, per ragioni strutturali e funzionali, alla morte, traducendosi piuttosto in una procedura concorsuale che non determina giuridicamente l’estinzione del soggetto fallito e che è finalizzata al soddisfacimento dei creditori”.  La decisione di procedere alla confisca, a seguito dell’eventuale sentenza di condanna, è in capo al giudice, il quale deve inoltre determinarne il quantum, in base a quanto previsto dall’art. 19 del D.Lgs. n. 231/2001. Ciononostante, durante il procedimento penale si “possono far valere, attraverso il curatore, i diritti acquisiti dai terzi in buona fede e che per tali ragioni il disposto sequestro non inciderà negativamente sui terzi”.

 

4 giugno 2014 (c.c. 17 dicembre 2013) n. 23359 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione VI Penale

Con la sentenza in esame la Corte di Cassazione per la prima volta si occupa dell’applicazione dell’art. 308 c.p.p comma 2 bis, modificato dalla legge n. 190/2012. I giudici hanno affermato che le misure interdittive applicate agli indagati o imputati di delitti contro la pubblica amministrazione, specificati in dettaglio nella norma, sono soggette ad un termine di durata corrispondente a sei mesi e che tale durata, nella sola ipotesi di misura imposta da esigenze probatorie, è prorogabile fino al triplo dei termini custodiali di fase. 

 

26 maggio 2014 (c.c. 29 aprile 2014) n. 21227 – Sentenza della Corte di Cassazione- Sezione II Penale

La sentenza in esame si occupa del sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato. Nel caso in cui si verifichi il concorso di più persone in uno dei reati inclusi nella previsione dell’articolo 322 ter c.p., e qualora vi sia contemporaneamente il coinvolgimento di enti non persone fisiche, il sequestro preventivo funzionale alla confisca del profitto del reato può incidere in modo simultaneo ed indifferente sia sui beni dell’ente che ha tratto vantaggio dal reato stesso sia su quelli della persona fisica che lo ha commesso. L’unico limite previsto è che il vincolo cautelare non può essere superiore al valore complessivo del profitto di cui sopra. Infine, se il profitto generato da uno dei reati ex art. 322 ter c.p. è costituito da denaro, l’attuazione del sequestro preventivo non richiede di verificare preliminarmente che le somme siano state generate dal delitto e giunte nell’effettiva disponibilità dell’indagato.

 

5 maggio 2014 (c.c. 6 marzo 2014) n. 18311 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione III Penale 

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si confrontano nuovamente  sul tema del sequestro preventivo finalizzato alla confisca di beni appartenenti ad una persona giuridica, per fatti illeciti compiuti dal suo legale rappresentante. La confisca per equivalente può colpire solo chi ha compiuto il reato e coloro che vi hanno preso parte, non invece un soggetto estraneo al reato come la persona giuridica. Nei confronti di quest’ultima potrebbero operare le disposizioni previste dal D.Lgs. n. 231 del 2001, ma tale normativa non è applicabile poiché non contempla i reati tributari fra quelli per cui e prevista tale responsabilità. La sentenza in commento quindi osserva che il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente può essere disposto solo nel momento in cui venga dimostrato il concorso al reato da parte della persona giuridica. 

  

24 aprile 2014 – Udienza del 24 aprile 2014 – Sezioni Unite Penali

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno affrontato la questione dell’esistenza di una linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente, a seguito del disastro verificatosi nel 2007 all’interno di uno stabilimento in provincia di Torino. La comunicazione fornita dalla Corte e successiva alla sentenza del 24 aprile ha definito che “in ossequio al principio di colpevolezza, la linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente va individuata considerando e valorizzando la diversa natura dei rimproveri giuridici che fondano l’attribuzione soggettiva del fatto di reato nelle due fattispecie”. Nel caso di colpa, generata dal malgoverno del rischio,  il rimprovero è  di inadeguatezza rispetto al dovere precauzionale; nel caso del dolo, invece, il presupposto è che il soggetto “prevede chiaramente la concreta, significativa possibilità di verificazione dell’evento e, ciò nonostante, si determina ad agire, aderendo ad esso, per il caso in cui si verifichi”. In quest’ultima fattispecie, pertanto, è compito del giudice valutare lo sviluppo della condotta per ricostruire l’iter e l’esito del processo decisionale.  

 

16 aprile 2014 (udienza del 20 febbraio 2014) n. 16665 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione III Penale

La sentenza in esame, relativa all’attività di gestione dei rifiuti non autorizzati, ha disposto che fosse annullata la sentenza del 21 maggio 2013, emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, poiché il giudice non avrebbe dovuto disporre la confisca del veicolo di proprietà della persona giuridica utilizzato per commettere l’illecito, senza prima valutare l’estraneità della società dal reato commesso dal suo legale rappresentante. La portata innovativa della sentenza consiste nell’ applicazione anche alle società di piccole dimensioni dell’articolo 6, comma 4 del decreto legislativo 231/2001. 

 

 

15 aprile 2014 (c.c. 12 marzo 2014) n. 16359 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione II Penale

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso contro un’ordinanza di sequestro preventivo per equivalente adottato ai sensi dell’art. 19 D.Lgs. 231/2001 in quanto la responsabilità della persona giuridica non è affatto esclusa laddove l’ente abbia avuto un interesse concorrente a quello dell’agente o degli agenti che, in posizione qualificata nella sua organizzazione, abbiano commesso il reato. Nel caso in esame, soggetti apicali della società avevano aumentato fittiziamente il capitale sociale della società incrementandone quindi fraudolentemente il valore, il G.I.P. aveva quindi disposto il sequestro preventivo per equivalente di somme sino alla corrispondenza della somma equivalente al valore dell’aumento fittizio. La Suprema Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali affermando che  l’aumento fittizio di capitale costituì un’operazione effettuata nell’ interesse della società, di cui questa si avvantaggiò e che, pertanto, il profitto che ne ricavò è confiscabile”. 

 

9 aprile 2014 (c.c. 12 marzo 2014) n. 15904 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione VI Penale

La Cassazione con la sentenza n. 15904 del 9 aprile 2014 ha stabilito che “Il Giudice che si è pronunciato sulle sanzioni interdittive a carico della società ex Dlgs 231/2001 per reato commesso dai manager non può valutare gli stessi manager imputati del reato”; annullando quindi il provvedimento con cui la Corte d'appello aveva escluso che un giudice dovesse astenersi nel giudizio instaurato nei confronti dei manager di una società.

 

4 marzo 2014 (udienza del 28 novembre 2013) n. 10265 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione V Penale

La Quinta Sezione della Corte di Cassazione con la sentenza n.10265 del 4 marzo 2014 afferma nuovamente che la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche sorge in connessione a reati compiuti nell’ interesse oppure a vantaggio della società. Nella fattispecie un istituto di credito era accusato di aver tratto profitto dalla “consumazione a suo vantaggio” dei reati di false comunicazioni sociali dannose, di ostacolo all’ esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza e di aggiotaggio informativo, reati commessi da soggetti apicali della banca accusata.

 

3 marzo 2014 – Ordinanza G.u.p di Lecce

Con l’ordinanza depositata il 3 marzo 2014, il G.u.p. presso il Tribunale di Lecce ha rigettato la richiesta di revoca di una misura interdittiva, applicata cautelarmente ad una società, invocata dai difensori dell’ente per il naturale decorso del termine di 6 mesi individuato nella ordinanza applicativa originaria: la stessa era in vigore dal luglio 2013 e – pur avendo la misura subito un “arresto” di circa due mesi a causa dell’annullamento stabilito dal Tribunale del Riesame – era già spirato il termine previsto per la misura cautelare interdittiva in questione. 

 

26 febbraio 2014 (c.c. 31 gennaio 2014) n.9256 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione III Penale

Con la sentenza in questione la Corte di Cassazione annulla senza rinvio una sentenza di condanna alla pena dell’ammenda inflitta ad un datore di lavoro per non aver predisposto il Piano di Sicurezza Operativo finalizzato alla valutazione dei rischi per la sicurezza e salute dei lavoratori. La decisione della Suprema Corte deriva dall’errata applicazione di una disposizione normativa non ancora in vigore al momento dell’applicazione.

 

5 febbraio 2014 – Ordinanza G.u.p di Lecce

L’ordinanza verte sull’onere in capo al Pubblico Ministero di formulare in modo chiaro e dettagliato la contestazione dell’illecito amministrativo da cui dipende il reato, durante l’esercizio dell’azione penale.

 

30 gennaio 2014 (c.c. 18 dicembre 2013) n. 4677 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione V Penale

La sentenza n. 4677 affronta la materia dell’idoneità del modello organizzativo e gestionale di un ente a neutralizzare eventuali comportamenti criminosi, a seguito di due pronunce di assoluzione nei riguardi di una società a cui era stato precedentemente contestato il reato di aggiotaggio. La difesa di quest’ultima rimarca come il modello organizzativo fosse stato adottato dalla società tempestivamente e sulla scorta dei suggerimenti contenuti nelle linee guida emanate da Confindustria e con riferimento al reato presupposto, nelle memorie difensive se ne contesta la sussistenza, ritenendo che i vertici societari non avessero diffuso notizie al pubblico, bensì espresso valutazioni e formulato previsioni che si pongono al di fuori del perimetro di punibilità delineato dall’art. 2637 c.c. La Suprema Corte, dopo aver respinto le contestazioni sulla presunta infondatezza del ricorso, sposa l’interpretazione della norma fornita dal procuratore generale, ritenendo che l’inganno nei confronti del mercato costituisca uno degli elementi della condotta di aggiotaggio mentre, al contrario, l’inganno, di cui all’art. 6 del Decreto 231, è “evidentemente diretto verso la struttura aziendale nel cui interesse è stato predisposto il modello organizzativo e gestionale”. Su quest’ultimo, la Cassazione precisa che il giudizio di idoneità deve prescindere da qualsiasi valutazione di atteggiamenti psicologici e deve sostanziarsi in una valutazione del modello concretamente attuato dall’azienda, in un’ottica di adeguatezza dello stesso rispetto agli scopi che si prefigge di raggiungere.  

 

30 gennaio 2014 – Informazione provvisoria del 30 gennaio 2014 n.1 – Sezioni Unite Penali

Con l’informazione provvisoria del 30 gennaio 2014, le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione hanno affrontato il tema dell’applicabilità delle misure cautelari reali che colpiscono una società successivamente ad illeciti tributari. In particolare, la questione discussa è “Se sia possibile o meno disporre il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta o per equivalente nei confronti di beni di una persona giuridica per le violazioni tributarie commesse dal legale rappresentante della stessa”. Secondo l'informazione provvisoria diffusa, al quesito è stata data la seguente soluzione: “E' consentito nei confronti di una persona giuridica il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni comunque direttamente riconducibili al profitto del reato, mentre non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di ulteriori beni della persona giuridica”.

 

24 gennaio 2014 (c.c. 20 dicembre 2013) n. 3635 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione VI Penale

Con sentenza emessa il 20 dicembre 2013, la Sesta sezione della Corte di Cassazione, ha annullato senza rinvio l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Taranto aveva confermato il sequestro preventivo di beni funzionale alla confisca ex art. 19 D.lgs. 231 del 2001, per un valore di oltre otto miliardi di euro, equivalente al profitto derivante dal delitto di associazione per delinquere e dai reati-scopo ambientali contestati a due società, affermando che il profitto non può corrispondere al risparmio di spesa conseguente al mancato adeguamento degli impianti dello stabilimento in oggetto, dovendosi ritenere necessario l’accertamento della diretta correlazione causale con i reati presupposto e del conseguimento di un risultato economico positivo. La confisca per equivalente mira quindi a far sì che l’azienda non possa godere in maniera illegittima dei proventi scaturenti dalla commissione dell’illecito, non più aggredibili attraverso confisca ordinaria. Pertanto, perché possa configurarsi un profitto ex art. 19 del predetto D.lgs. 231/2001, questo deve sostanziarsi in un effettivo risparmio di spesa a vantaggio dell’azienda rappresentato da un risultato economico positivo, come diretta conseguenza di condotte criminose poste in essere.

 

8 gennaio 2014 (c.c. 28 novembre 2013) n. 326 – Sentenza della Corte di Cassazione – Sezione II Penale

La Corte di Cassazione, con la sentenza dell’8 gennaio 2014, n. 326, annulla la decisione di merito che aveva revocato le misure interdittive cautelari nei confronti di un Ente responsabile ex D.lgs. 231/2001 per reati commessi dai suoi amministratori (nella specie: corruzione). I Supremi Giudici hanno sottolineato che ai sensi dell'articolo 17, D.lgs. 231/2001 la revoca delle misure interdittive può essere disposta solo se il danno è stato integralmente risarcito, la società si è adoperata per eliminare le conseguenze dannose del reato e l'Ente abbia messo a disposizione il profitto ai fini della confisca. Le circostanze suddette devono concorrere. L'Ente in questione, secondo la Cassazione, non ha adempiuto tali condizioni, in quanto la società non si è adoperata per mettere a disposizione dei danneggiati il risarcimento, o di fare in modo che il danneggiato potesse prendere la somma senza necessità di un'ulteriore collaborazione dell'Ente danneggiante. Di qui l'annullamento della revoca delle misure cautelari e il rinvio al Tribunale per nuovo esame. Pertanto, in caso di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per reato di dipendenti e amministratori (D.lgs. 231/2001) le misure interdittive applicate all'Ente sono revocate solo se il danno è integralmente risarcito e ne siano state eliminate le conseguenze dannose.

 

16 febbraio 2012 (c.c. 2 febbraio 2012) n. 6248 - Sentenza della Corte di Cassazione - Sezione VI Penale

Con questa sentenza la Corte ha chiarito che le società che percepiscono illecitamente aiuti statali rischiano l’interdizione dall’esercizio dell’attività. Per escludere l'applicazione della misura cautelare è necessario dimostrare che l'ente, prima dell’apertura del dibattimento di primo grado, abbia messo a disposizione dello Stato il profitto conseguito ai fini della confisca, che abbia adottato un modello organizzativo idoneo alla prevenzione dei reati, che abbia risarcito integralmente il danno e abbia eliminato le conseguenze dannose del reato.

 

7 febbraio 2012 (c.c. 24 novembre 2011) n. 4703 – Sentenza della Corte di Cassazione - Sezione II Penale
La sentenza ha sancito che il decreto 231 si applica anche agli studi professionali. La decisione in seguito all’opinione positiva sulla legittimità dell’interdizione dall’esercizio dell’attività nei confronti di uni studio odontoiatrico.
Sentenza_4703.pdf

26 gennaio 2012 (ud. 14 dicembre 2011) n. 3238 – Sentenza della Corte di Cassazione - Sezione V Penale
La Cassazione ha stabilito che l’oggetto del sequestro preventivo, funzionale alla confisca obbligatoria, non può consistere in un ammontare di crediti e utilità non ancora percepite dalla società. Si ricorda che la confisca prevista dall’articolo 19 del decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231 prevede che, nei confronti dell’ente, è sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato.  Il Collegio di legittimità ha escluso l’assoggettabilità alla misura cautelare reale di un credito generico, ancorché liquido ed esigibile, quale un preliminare di compravendita. Esso, infatti, non può rilevare come profitto, essendo un’utilità non ancora percepita dall’azienda, ma solamente attesa. 
 Sentenza_3238.pdf

22 novembre 2011 (c.c. 28 settembre 2011) n. 43108 – Sentenza della Corte di Cassazione - Sezione VI Penale
La sentenza delibera con riferimento ai seguenti temi: commissariamento giudiziale dell’ente in fase cautelare; necessità che il giudice indichi i compiti ed i poteri del commissario, tra i quali l'adozione e l'efficace attuazione dei modelli di organizzazione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi, tenendo conto anche della specifica attività svolta dall'ente e della situazione in cui si trovava il vertice di esso.

22 settembre 2011 (c.c. 23 giugno 2011) n. 34476 – Sentenza delle Corte di Cassazione - Sezioni Unite Penali
In data 23 Giugno 2011, con sentenza n.34476, le Sezioni Unite Penali, presiedute da E. Lupo, hanno stabilito che: “il d.lgs. 27 gennaio 2010, n. 39, nell’abrogare e riformulare il contenuto precettivo dell’art. 174-bis T.U.F. (Falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni delle società di revisione), non ha influenzato in alcun modo la disciplina propria della responsabilità amministrativa da reato dettata dall’art. 25-ter d.lgs. n. 231 del 2001, poiché le relative fattispecie non sono richiamate da questo testo normativo e non possono conseguentemente costituire fondamento di siffatta responsabilità”.
 Sentenza_34476.pdf      

19 luglio 2011 (ud. 7 giugno 2011) n. 28731 - Sentenza della Corte di Cassazione Sezione - III Penale
La sentenza ha stabilito che, indipendentemente dalla responsabilità ai sensi del d.lgs. 231/2001, le conseguenze patrimoniali ricadono sulla società a favore della quale la persona fisica ha agito salvo che si dimostri che vi è stata rottura del rapporto organico; inoltre non può considerarsi terza estranea al reato la società che partecipa alla utilizzazione degli incrementi economici derivanti dal reato.
Sentenza_28731.pdf

20 giugno 2011 n. 24583 (c.c. 17 novembre 2010 e 18 gennaio 2011) – Sentenza della Corte di Cassazione - sezione V penale
Con questa sentenza, per la prima volta, la Corte di Cassazione affronta il tema delle holding. La sentenza, emessa al termine di una lunga inchiesta con oggetto società accusate di corruzione per ottenere appalti nel settore sanitario in Puglia, afferma che le disposizioni previste dal d.lgs. 231/2001 sono applicabili anche alla capogruppo, purché il reato sia commesso da una persona fisica (anche amministratore di fatto) che agisce per conto della holding.

20 aprile 2011 (c.c. 15 dicembre 2010) - Sentenza n. 15657 della Corte di Cassazione - sezione III penale
La sentenza afferma che l'ambito soggettivo di applicazione della disciplina in tema di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche deve essere esteso anche alle imprese individuali. L’esclusione delle imprese individuali dall'area dei destinatari della normativa potrebbe porsi in conflitto con norme costituzionali - oltre che sotto l’aspetto della disparità di trattamento tra coloro che ricorrono a forme semplici di impresa e coloro che, per svolgere l'attività, ricorrono a strutture ben più complesse ed articolate - anche in termini di irragionevolezza del sistema.
Sentenza_15657.pdf

5 aprile 2011 – Estratto Sentenza Corte di Assise di Torino - sezione II penale
Con questa sentenza il tribunale di Torino ha riconosciuto le responsabilità civili e penali in capo alla ThyssenKrupp in relazione alla morte di sette operai, rimasti coinvolti nell’incendio del 7 dicembre 2007 all’interno degli stabilimenti torinesi. La Corte ha inoltre condannato la società per omicidio colposo ai sensi dell’art. 25 septies del d.lgs. n. 231 del 2001, infliggendole una sanzione pecuniaria pari ad un milione di euro, nonché disponendo, oltre alle sanzioni interdittive ed alla confisca del profitto del reato per una somma di 800 mila euro, la pubblicazione della sentenza sui quotidiani di diffusione nazionale La Stampa, Il Corriere della Sera e La Repubblica.
Sentenza_ThyssenKrupp.pdf  

3 gennaio 2011 – Sentenza del Tribunale di Milano; giudice dell’udienza preliminare dr. Fabrizio D’Arcangelo
La sentenza, che ha condannato una banca per avere commesso i delitti previsti agli articoli 2638 c.c., 2622 c.c. e 185 D.L.vo 58 del 1998, ha fatto emergere considerazioni importanti sul sistema dei modelli organizzativi, sulla legittimità costituzionale dell’art. 6 d.lgs. 231/2001 e sulla nozione di elusione fraudolenta. Sulla legittimità costituzionale dell’art.6 il Tribunale ha dichiarato l’infondatezza del dubbio, stabilendo inoltre:”che l'ente che abbia omesso di adottare ed attuare il modello organizzativo e gestionale (o che non provi tali circostanze) non risponde per il reato commesso dal suo esponente in posizione apicale soltanto nell'ipotesi di cui all'art. 5, comma secondo, D.Lgs. 231/01 (Cass. 9.7.2009, n.36083, Mussoni ed altri, Rv.244256) ovvero se l'autore del reato ha agito nell'interesse esclusivo proprio o di terzi”.  Con riferimento al tema dell’elusione fraudolenta, invece, il giudice ha affermato che: “Non ricorre, la figura dell’elusione fraudolenta del modello organizzativo, in quanto la stessa presuppone l'avvenuta adozione e l'efficace attuazione di un modello organizzativo e la costituzione di un organismo di vigilanza (circostanza non comprovata nel caso di specie)”.

3 novembre 2010-Sentenza del Tribunale di Milano; giudice per l’udienza preliminare dr. Fabrizio D’Arcangelo
La sentenza ha affrontato la questione della riconducibilità del reato di falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni dei responsabili della revisione legale al catalogo dei reati-presupposto della responsabilità amministrativa degli enti. Il quesito è stato risolto dalle Sezioni Unite (vedere 22 Settembre 2011).

17 novembre 2009-Sentenza del Tribunale di Milano; giudice dell’udienza preliminare dr. Manzi
Caso Impregilo. È la prima applicazione dell’esimente della responsabilità amministrativa ex. Art. 6 d.lgs. 231/2001. I punti critici della sentenza sono: a)adozione ed efficace attuazione di un idoneo modello di organizzazione e gestione da parte dell’ente; b)elusione fraudolenta del modello da parte dei vertici dell’ente; c)non punibilità dell’ente in caso di elusione fraudolenta di modello idoneo; d) necessità di giudicare l’efficacia del modello con valutazione ex-ante e non ex-post rispetto agli illeciti commessi dagli amministratori; e)modello tempestivamente adottato in conformità alla legge e alle linee guida di Confindustria nell’ambito di un sistema di controllo interno già conforme ai principi del codice di autodisciplina di Borsa Italiana - prevenzione dei reati societari; f)aggiotaggio; g)procedure per comunicazioni price sensitive; h)imposizione da parte del vertice dell’ente di dati non veritieri da comunicare al pubblico.